Donne al bivio Quindicesimo capitolo

La vita è un  percorso  di dolci inganni.

Nel nostro cammino di vita  i nostri passi velocemente  raggiungono nuove  mete e nel  procedere perdiamo il senso del tempo che prepotentemente scorre  e all’improvviso senza rendersene  conto ci ritroviamo su di un sentiero senza indicazioni e fermandoci sentiamo un eco che arriva da lontano – tic,tac ,tic,tac – insopportabile penetra dentro come un insetto e continua con insistenza a ronzare sino a pungerti e a lasciare un segno.

L’orologio della vita ci ricorda che c’e’ una partenza ed un arrivo in quell’istante se ci voltiamo non vedremo il punto di partenza, siamo troppo lontani dall’inizio…

Abbiamo  camminato per un tempo che credevamo infinito e guardando l’orrizonte vedremo un sole che a breve si dissolverà tra colori di un tramonto bellissimo, ma seguirà il buio e noi immobili in quell’istante ci sentiremo persi senza itinerario e stanchi di correre.

Nell’attesa che torni la luce ci sediamo tra la polvere e aspettiamo che il sole torni, ma in quel silenzio il cuore batte perché  la paura della notte fa tremare  e si spera che qualcuno metta le sue mani  tra le nostre e ci riporti a casa.

Avevo una stanza nel resort dove alloggiavo che si affacciava sulla spiaggia e mi piaceva all’alba respirare l’aria fresca e guardare il mare calmo dove il sole si rifletteva lentamente e come il giorno precedente vidi la donna che correva sulla sabbia ancora umida e che a fine corsa si immergeva nell’acqua e stava immobile a guardare l’orizzonte.

La riconobbi o forse l’aspettavo, Livia la donna bianca che stava organizzando il matrimonio con Juma  il marito di Amina.

In una di quelle mattine scesi velocemente in spiaggia e mi avvicinai a lei entrando in acqua  sentendo i miei passi si girò e mi sorrise mettendomi ad agio , la salutai e insieme guardammo il risveglio di quel nuovo giorno.

Dopo il silenzio arrivarono le parole e fu lei a presentarsi, insieme tornammo sulla spiaggia e insieme ci incamminammo verso le nostre camere, alloggiava nel mio stesso albergo e fu lei a chiedermi se avevo fame.

Ci ritrovammo a fare colazione una a fianco all’altra come se ci conoscessimo da sempre.

Tra cappuccini ,caffè, croissant, Livia continuò a parlare, io ascoltavo e nelle sue parole c’era l’energia di una cascata, ma la quiete di un giorno senza vento .

Il tono della sua voce era piacevole e ti catturava l’attenzione, era un’insegnante di matematica abituata a spiegare e a stare in cattedra, ma senza prepotenza.

Mi raccontò del suo lavoro, della sua casa a Torino, dei libri che amava e dei suoi innumerevoli viaggi e che era arrivata in Kenia per regalarsi un periodo di felicità.

La guardai e le dissi di non aver capito , motivazioni per vivere periodi in Kenia ne avevo sentite tante ma la ricerca della felicità in un paese dove la bellezza era sposata con la precarietà della vita non era un luogo più adatto a quella parola così lontana.

Per la prima volta abbassò lo sguardo e la vidi arrossire.

Improvvisamente il suo volto perse luce ,si alzò scusandosi di aver parlato troppo mi salutò con abbraccio e si allontanò velocemente.

Livia in tante parole non aveva mai parlato di se, se era sposata, se aveva figli e nemmeno del suo rapporto con il ragazzo keniano.

Non ero curiosa, ma colpita da come riusciva a trasmettere un intenso senso di vita, ma senza fare accenno alla propria.

La ritrovai nel pomeriggio in spiaggia, prendeva il sole, mi avvicinai timidamente e la salutai.

Alzò la testa e mi fece un cenno con la mano e richiuse gli occhi.

Pareva una donna molto differente da quella incontrata al mattino allegra e piena di parole, mi allontanai con imbarazzo, l’avevo chiaramente disturbata, presi un lettino distante dal suo per non infastidirla.

Seduta sola nel ristorante cenavo controvoglia, c’era un caldo umido e pensai che avevo solo desiderio di rientrare in camera ,accendere il condizionatore e leggere o telefonare a mio figlio che non sentivo da giorni.

Mi stavo alzando,quando al buffet vidi lei, con un abito rosso, i capelli raccolti in una coda che parlava con un cameriere.

Tentai di non farmi notare,ma Livia si girò’, appena mi vide arrivò col suo piatto al mio tavolo si sedette e mi salutò con entusiasmo.

Come al mattino era allegra le feci compagnia e poi insieme ci sedemmo sul comodo divano del bar dove una pala allontanava il caldo.

Si accese una sigaretta e disse che aveva un appuntamento con alcuni amici in tarda serata,immaginai fosse Juma che doveva vedere,ma feci finta di crederle.

Era più silenziosa del mattino, pareva pensierosa e le chiesi se c’era qualcosa che la turbava.

I suoi grandi occhi mi fissarono, provai disagio per quella sua bellezza che il tempo mi stava rubando ,mi sentivo inadeguata davanti a lei, così perfetta, così sicura di se, ancora giovane a miei occhi di donna che a breve avrebbe compiuto sessanta’anni

Accese un’altra sigaretta e mi chiese se poteva parlarmi di una questione personale voleva raccontare qualcosa a me ,una sconosciuta, ma pensai che forse mi aveva scelta proprio per questo motivo e si tolse la maschera.

Storia di Livia …

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